Attacchi di panico. Sintomi e cura

Cosa sono gli attacchi di panico? Quali sono i sintomi degli attacchi di panico?
L’attacco di panico può essere definito come unostato d’ansia intenso e acuto, di durata breve, ma molto grave, durante il quale si sperimenta una sensazione di catastrofe imminente, paura di impazzire, di perdere il controllo, di svenire o di morire, accompagnate da sintomi come tachicardia, dolori al petto, sensazione di soffocamento, sensazione di confusione, vertigini, difficoltà di deambulazione, forte sudorazione, nausea e brividi.
Ogni attacco ha durata variabile, da pochi minuti ad un’ora, ed è seguito da un forte senso di malessere, disagio ed apprensione.
Può accadere che le persone sviluppino anche la paura degli attacchi di panico, trovandosi letteralmente a vivere  nel terrore che l'attacco di panico si ripresenti.
Gli attacchi di panico possono essere associati ad agorafobia.

Quali sono le cause degli attacchi di panico?

Le origini dell’attacco di panico si trovano in molti fattori, alcuni che riguardano la propria infanzia e altri che invece continuano ad agire nel presente.
E’ importante non sottovalutarli e prendere subito dei provvedimenti seri perché gli attacchi di panico sono segno di un malessere profondo, come per esempio una situazione familiare difficile da gestire, un serio problema sul posto di lavoro o qualcosa che ha riaperto una ferita antica.
Come curare gli attacchi di panico?

Ogni persona è diversa dalle altre perciò non si può parlare di una terapia standard valida per tutti.
La persona vittima degli attacchi di panico deve richiedere l’intervento di uno psicologo che, dopo una valutazione attenta, capirà qual è la terapia migliore per quel paziente. 
In generale, la terapia può andare dal sostegno psicologico fino al lavoro d’equipe con uno psichiatra, quando sono necessari gli psicofarmaci.

Ovviamente gli psicofarmaci devono essere utilizzati sempre sotto la guida di uno psichiatra (che è l’unica figura che può prescriverli!) e non devono essere considerati sempre come la migliore cura al disagio psicologico. Essi, infatti, possono avere degli effetti sui sintomi, ma non sulla causa della sofferenza delle persone.


14 curiosità sulla mente che ognuno dovrebbe sapere

1. La tua canzone preferita è probabilmente associata ad un evento importante.

Le tue preferenze musicali dipendono dal contesto in cui ti trovi.

2. La musica influenza la tua prospettiva.

Uno studio dell’università di Groningen ha mostrato che la musica influenza significativamente la tua percezione.

3. Più dai agli altri, più sei felice.

Lo dimostrano diversi studi. Assicurati di dare tanto quest’anno.

4. Spendere soldi per fare esperienze rende più felici di spendere per avere cose.

Raccogli ricordi, non oggetti.

5. I bambini di oggi sono più irritabili e tesi della media dei pazienti psichiatrici del 1950.

E’ triste. Circa metà della popolazione mondiale soffre di ansia, depressione, o di abuso di sostanze.

6. Alcune pratiche religiose riducono lo stress.

Secondo l’America Psychiatric Association le persone che praticano meditazione o preghiera sono meno stressate.

7. I soldi non fanno la felicità, ma solo fino a 75000 dollari l’anno.

Secondo la maggioranza degli americani un guadagno di 75000 dollari l’anno, circa 65000 euro, garantisce la felicità.

8. Trascorrere tempo con persone felici ti rende più felice.

Non è una gran sorpresa. Che aspetti?

9. Le persone più stressate della terra hanno tra i 18 e i 33 anni.

Famiglia, scuola, lavoro. Possono essere davvero stressanti.

10. Convinciti di aver dormito abbastanza e il tuo cervella  crederà che è vero.

Ti darà più energia. L’effetto è noto come “placebo sleep”.

11. Le persone intelligenti si sottovalutano e le persone ignoranti pensano di essere brillanti.

E’ chiamato l’effetto Dunning Kruger. Basta andare su facebook per capire di cosa sto parlando.

12. Quando ricordi un evento passato, in realtà  stai ricordando l’ultima volta che lo hai ricordato.

Ecco perché i tuoi ricordi sono spesso distorti.

13. Le tue decisioni sono più razionali quando pensi in un'altra lingua.

Uno studio dell’Università di Chicago ha mostrato che i cittadini coreani commettono meno errori se pensano in una lingua diversa dalla loro.

14. Se annunci i tuoi obiettivi, avrai meno probabilità di successo.

Amici iettatori? No. Dire agli altri i tuoi obiettivi ti gratifica quasi quanto averli raggiunti e riduce la tua motivazione a lavorare duro per farlo davvero.

Fonte:
http://higherperspectives.com/psychology-facts/

La differenza tra agire ed essere agiti

Siamo agiti... Da cosa?

Siamo agiti da schemi che abbiamo silenziosamente assorbito, inconsapevolmente imparato.

Sono entrati, gli abbiamo aperto la porta di casa... E si sono stabiliti lì, sul divano, coperti dal plaid.

Ci agiscono. Quando ci arrabbiamo, quando non sappiamo dire no, quando non sappiamo lasciar andare.

Non li sentiamo ma possiamo vederli se facciamo attenzione. Attenzione!

Dovremmo ripetercelo spesso: "Attenzione!".

Quando abbiamo imparato a fare attenzione possiamo iniziare a giocarci, magari chiedendogli: "Ma da chi ti ho preso?"

E poi si apre una porta...

Sopravvivere ai buoni propositi di gennaio (o settembre)

Sono sempre stato colpito dal fatto che il mese di gennaio (come quello di settembre) sia una specie di “attivatore” di buoni propositi. I gestori delle palestre lo sanno bene. Gennaio diventa la panacea di tutti i mali. Da gennaio si smette di fumare, si inizia la dieta, ci si iscrive al corso di pilates, si decide di dedicare un giorno alla settimana alle proprie passioni, di cambiare lavoro, di trovare lavoro... Si potrebbe continuare all’infinito!

A febbraio i meno determinati hanno abbandonato la nave. Qualcun altro a marzo. Solo pochi sopravvivono al mese di aprile.


Evidentemente deve esserci una propensione ad accompagnare ogni nuovo inizio con una serie di buoni propositi. Questo accade quando nasce una storia d’amore, quando si comincia un’attività lavorativa o si decide di dedicarsi ad un semplice passatempo. Poi succede che, misteriosamente, nella nuova storia d’amore si ripetono gli stessi schemi della relazione precedente, che il nuovo lavoro diventa noioso come quello che lo ha preceduto, che il nuovo hobby viene abbandonato come si è fatto con tutti gli altri.


Credo che tutto questo accada perché nell’essere umano esiste una specie di tendenza ad investire il “nuovo” di una serie di aspettative positive, senza fare troppo i conti con l’impegno necessario alla loro realizzazione.


Ma l’aspettativa e la realizzazione non vanno sempre a braccetto. Se esistono cose che si oppongono alla realizzazione dei nostri progetti, rispetto alle quali possiamo fare poco, abbiamo sempre dei margini di responsabilità in quello che desideriamo fare o, perché no, essere.


Se ci si ferma ci si rende conto che il nuovo anno, che era stato caricato di aspettative, si rivela più o meno una fotocopia di quello precedente. E si continua ad essere come prima e a fare ciò che si faceva prima, gli stessi errori, le stesse routine, le stesse abitudini.


E che fine hanno fatto i buoni propositi? Probabilmente sono stati messi in stand-by, inconsciamente rimandati al prossimo agosto.


Forse bisogna fare un po’ di pulizia... Anzitutto, capire che in questa sorta di “eterno ritorno dell’uguale” si ha certamente una qualche responsabilità. Gennaio è un mese come un altro e non c’è nessun motivo per cui dovrebbe essere quello della “volta buona”. Insomma, non ha nessun potere particolare. Che sia la volta buona lo decide in gran parte l’impegno che si riesce e si decide di mettere nella realizzazione di un certo progetto. Il punto sta proprio in questo. Quanto si è capaci di determinarsi? Di compiere una valutazione realistica dei venti favorevoli e capire quanto effettivamente l’impegno personale può misurarsi con le contingenze avverse?


La verità è che decidere di cambiare è difficile e cambiare è ancora più faticoso. Ma se cambiare è difficile, non cambiare può essere fatale, come disse Fred Allen. La notizia buona è che si può iniziare in qualsiasi momento, perciò non occorre abbattersi se già non si è resistiti al primo cioccolatino dell’anno.

Personalità e destino

Una domanda impegnativa: esiste il destino?

Sogni premonitori, segnali dal cielo, coincidenze che sono troppo strane. In un vecchio film si diceva che i segni sono ovunque, bisogna solo imparare a leggerli. Mi chiedo spesso come si fa ad imparare. E mi chiedo, ammesso che quelli che comunemente chiamiamo “segni” esistano, cosa ci dice che il modo in cui li interpretiamo sia corretto? E se fosse solo tutto il frutto di una suggestione? Se avessimo solo bisogno di credere in una forza, che di solito chiamiamo destino o fato, che ci spinge a scegliere delle strade e a scartarne altre? 
Può darsi… Ma a volte accadono cose che difficilmente si può riferire al semplice caso.

Per capire mi pongo allora una domanda: Perché la nostra attenzione è rivolta proprio all’oggetto che presto diventerà per noi un segno? Mi spiego meglio: perché tra le mille cose che ci passano sotto gli occhi ogni giorno, ci colpisce proprio quello che riteniamo essere un segno?


Credo che a questo proposito esistano almeno due modi di vedere le cose.

# Il primo. Nell’immaginario comune il destino - ciò che del nostro percorso è già scritto, come una biografia scritta a priori - agirebbe tramite una sorta di forza che interviene nei momenti delle scelte importanti, suggerendoci la strada giusta. Funziona più o meno in questo modo: accade che qualcosa attira la nostra attenzione e d’improvviso capiamo che quella cosa non è li per caso. Qualcuno o qualcosa ce l’ha messa li apposta. E’ quello che di solito viene chiamato “segno del destino”. E allora il più delle volte accogliamo il suggerimento e facciamo quella determinata scelta perché... “è destino”, appunto. Riflettiamo un momento su questa espressione: quando la utilizziamo stiamo dicendo che ogni cosa del mondo, ogni accadimento, ci spinge a fare quella certa cosa. Quella, non un’altra! E non potremmo fare altrimenti. E quando invece scegliamo una strada diversa che poi si rivela sbagliata ci dispiace di essere andati contro il nostro stesso destino, nonostante si fosse mostrato così nitidamente. 
A mio avviso, è questo il modo più comune di intendere il destino. Non è la sede per giudicarne la correttezza, ciò che posso dire è che pensarla in questo modo ha certamente alcuni vantaggi. Ci si sente meno soli, per esempio, e più sicuri. Avere il destino dalla propria parte (o essere dalla parte del destino, fate voi) rende un po’ meno complicato fare scelte difficili… Un bel sollievo dalla responsabilità, insomma.





# Il secondo. Forse ai romantici non piacerà. Ma, probabilmente, più che una biografia già scritta che agisce tramite una forza che ci spinge verso delle mete, il destino è proprio la forza stessa. Con la differenza che questa forza non viene dall’esterno, ma da dentro. Da desideri inconsci e disposizioni caratteriali, inconsce pure loro, a loro volta mosse da elementi di cui mi riprometto di parlare nella prossima puntata, che ci spingono ad andare verso un certo destino. Uno dei tanti possibili per ognuno di noi. 

Mi spiego meglio. Se a livello inconscio desidero ardentemente una cosa, beh, l’inconscio è abbastanza forte da portare l’attenzione a tutti gli oggetti che mi ricordano – a livello cosciente – quella cosa che inconsciamente desidero. Per questo mi capita avanti agli occhi proprio il quadro che piace alla donna che segretamente amo. Oppure vedo spesso persone che le somigliano. O, ancora, sento proprio quella canzone che mi fa ricordare di lei. Ma cosa decide su quale quadro o persona debbano fermarsi i miei occhi e su quale canzone le mie orecchie? 

Forse è difficile rinunciare all'idea di una forza esterna e rassicurante che ci spinge verso quello a cui siamo destinati. Ma credo che l'idea che il nostro destino sia determinato da qualcosa che ci abita, che seppur non conosciamo bene fa pur sempre parte di noi, sia molto più autentica e anche più affascinante. E perchè no, altrettanto romantica.

Per ora mi fermo qui, ma ci sarebbe ancora altro da dire. Scriverò il resto nella seconda parte dell’articolo. 
Nel frattempo ricordo questa illuminante frase di Carl Gustav Jung: 

Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”.

Psicologi in ospedale. Un volume per gli addetti ai lavori e gli appassionati



Un ospedale moderno è davvero attento ai bisogni emotivi di pazienti e familiari? Esiste un ospedale "psychologically correct"? Chi sono i medici, gli infermieri, i direttori, come persone, prima che come professionisti? A cosa serve uno psicologo in ospedale? Come si comporta un terapeuta familiare? Come ricordare che ogni ammalato ha una famiglia e che ogni malattia è sempre familiare, per impatto, ricadute e risorse? Tale consapevolezza come muta l'approccio operativo?

La medicina è sempre più personalizzata ed attenta ai bisogni soggettivi dei pazienti. Riconosce il ruolo dei fattori emozionali, psicologici, relazionali sul decorso delle patologie organiche come parti integranti del sistema-individuo. Scompare la concezione della malattia come singolo oggetto di cura a favore di un'ottica globale, in cui la relazione è il nodo centrale nei processi clinici. L'approccio sistemico appare necessario per governare il processo di umanizzazione delle strutture sanitarie.

Tale mutamento radicale - culturale, tecnologico e di politica sanitaria - trova però molte resistenze a tradursi in modelli operativi sistematizzati. Agli psicologi non spetta solo la cura degli aspetti emotivi, né possono da soli mutare il sistema ospedaliero, eppure il nostro contributo è imprescindibile.

Il volume "Psicologi in ospedale. Percorsi operativi per la cura globale di persone", ispirato da tali riflessioni, descrive le attività di psicologi in diversi reparti ospedalieri ed afferma il diritto ad una cura che comprenda anche la sofferenza psicologica. 

Curato da Alberto Vito, è rivolto a psicologi ma anche a medici, operatori e, altresì, a manager e direttori ospedalieri, per confrontarsi in un dialogo pluridisciplinare con un modello e un'esperienza operativa originale.


Di seguito l'indice:

Alberto Vito, Introduzione

Alberto Vito, Raffaella Cozzolino, La psicologia ospedaliera

Teresa Di Gennaro, Raffaella Cozzolino, I bisogni psicologici del paziente ospedalizzato e della sua famiglia

Andrea Cappabianca, Il ruolo della psicologia nell'umanizzazione delle strutture sanitarie e i rapporti con il volontariato

Lucia Alfano, Alberto Vito, L'evoluzione dell'assistenza psicologica al paziente Hiv positivo

Verbena Cucuzza, Federica De Angelis, Intervento psicologico in Terapia Intensiva Neonatale. La gestione della morte in T.I.N.

Rossana De Feudis, Le molteplici dimensioni della psiconcologia

Raffaella Manzo, Quando la psicologia incontra l'oncologia: quale relazione di cura?

Ilaria d'Alessandro, Teresa Di Gennaro, Il paziente laringectomizzato: aspetti psicologici e prospettive di intervento

Mariella Pratillo, Un cuore che cambia: implicazioni psicologiche del trapianto

Lucia Alfano, Ilaria d'Alessandro, L'intervento psicologico in riabilitazione cardiologica

Nicoletta De Stefano, Gelsomina Lo Cascio, L'intervento psicologico nella lotta al tabagismo in contesto ospedaliero

Ida Calamaro, Fabiana Gallo, L'attività di psicoterapia ambulatoriale in ambito ospedaliero

Fabiana Gallo, Ruolo e funzioni dello psicologo nella terapia del dolore e nelle cure palliative

Nicola Ferrari, In terra straniera. Il travaglio del lutto, la narrazione, l'ospedale

Roberta Vacca, Per una carta d'identità dello psicologo-formatore in ambito ospedaliero

Quello che i pessimisti non sanno.


«E’ meglio essere ottimisti e avere torto che essere pessimisti e avere ragione». Lo diceva Albert Einstein. 

Ma non è l’unico motivo per cui l’ottimismo può convenire. In questo breve articolo spiegherò il perché.
L’essere umano è naturalmente portato a fare previsioni più o meno probabilistiche sul proprio futuro, sulle conseguenze delle proprie scelte o delle proprie azioni.
Immaginare un quadro di quel che sarà può essere molto rassicurante. Ma la cosa più importante è che questo processo orienta le nostre azioni. 

L’analisi delle conseguenze di un dato comportamento, infatti, non può fare a meno di influenzare il comportamento stesso, sia dal punto di vista della sua messa in atto sia da quello della qualità dell’esecuzione. 

Mi spiego meglio con un esempio... 
Poniamo il caso di Aldo, che è innamorato di Lidia e si è finalmente deciso a fare la prima mossa. Ma è un pessimista ed è convinto che riceverà un rifiuto come risposta, magari per l’ennesima volta (si spera non sempre da Lidia). A questo punto, al nostro Aldo, potrebbero facilmente presentarsi due scenari:

1) Nel primo caso desisterà e tornerà a crogiolarsi nel suo dolore senza aver neanche provato ad avvicinare Lidia.
2) Nel secondo caso troverà la forza di avvicinarsi a lei, ma lo farà in modo impacciato, con insicurezza e sfiducia, tanto da aumentare le possibilità che il temuto rifiuto si verifichi. Anche in questo caso tornerà a crogiolarsi nel suo dolore.

La domanda è: Cosa sarebbe successo se il nostro Aldo fosse stato un po’ più ottimista? Se avesse messo da parte tutto e avesse semplicemente pensato: “Magari mi viene buona!”?

Gli psicologi chiamano questa strana cosa “profezia che si autoavvera”. I pessimisti che la scoprono dopo un po’ la dimenticano. 

L'insonnia

L’insonnia è una malattia spesso riconducibile ad ansia e stress dovuti alla difficoltà di gestione dei problemi della vita quotidiana o a periodi particolarmente “intensi” ai quali si reagisce utilizzando modalità disfunzionali. Si manifesta con difficoltà di addormentamento, risvegli notturni o risvegli mattutini precoci.
Nonostante il sonno sia influenzato anche da fattori ambientali, come la quantità di luce presente in una stanza o i rumori notturni, o dall’uso di  stimolanti come caffè o cacao, nella maggior parte dei casi il fattore più importante resta lo stress, che stimola il rilascio di ormoni che alterano il normale ciclo sonno-veglia.

E’ bene tenere presente che l’insonnia può essere transitoria ma può anche cronicizzarsi, configurandosi quindi come un problema di più difficile gestione.

Rimedi e cura.

Esistono alcune buone pratiche contro l'insonnia:
1- andare a letto e alzarsi sempre alla stessa ora, in modo da abituare il corpo e la mente a un certo ritmo;
2- evitare stanze troppo luminose e rumorose;
3- limitare il consumo di sostanze stimolanti, come caffè o cioccolato;
4- cenare non troppo tardi, nè fare pasti troppo abbondanti;
5- limitare la durata del pisolino pomeridiano a un massimo 20 minuti;
6- areare bene la stanza in cui si dorme;

Ricordiamo che i sonniferi non sono sempre trattamenti più efficaci contro l'insonnia. Offrono un tipo di sonno decisamente diverso da quello naturale e hanno sempre controindicazioni, come ad esempio farmaco-dipenednza. Contrariamente a quanto si pensi, inoltre, l’uso di sostanze alcoliche non facilita l’addormento, anzi, esiste un’ottima relazione tra alcolismo e insonnia.


Trattamento psicologico dell'insonnia.

Quando l’insonnia resiste a tisane e integratori o si è stanchi di non riuscire ad addormentarsi senza ausili esterni, conviene approfondire i fattori psicologici che la sostengono.
Il trattamento psicologico dell’insonnia è volto proprio alla comprensione di questi fattori. Consiste nell’approfondimento dei pensieri e delle emozioni che interferiscono con il normale flusso del sonno, nell’esplorazione dei problemi e delle risorse individuali e familiari che è possibile stimolare al fine di trovare nuovi modi per reagire allo stress.

Quante ore dormire per garantirsi un buon riposo?

Il sonno è un processo fisiologico regolato da una sorta di orologio biologico personale influenzato da fattori come l’alternanza luce-buio, i turni di lavoro, gli orari abituali dei pasti.
Il bisogno di sonno varia a seconda dell’età. Per i neonati è di circa 16-18 ore al giorno, dai sei mesi scende intorno alle 14-15 ore, mentre i bambini dai tre ai cinque anni dormono 10-12 ore per notte.
Il tempo trascorso a dormire diminuisce progressivamente durante l’adolescenza, fino a stabilizzarsi in età adulta intorno alle 7-8 ore. Il bisogno di sonno tende a ridursi negli anziani, che dormono circa 6-7 ore per notte e il cui sonno è molto più sensibile ai disturbi esterni e quindi più frammentato.

Il tempo consigliato dagli esperti per preservare la funzione ristoratrice del sonno e garantire il riequilibrio dell’organismo è di almeno 8 ore per notte. Lo confermano gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine e della Western Psychiatric Institute and Clinic. La ricerca mostra che al di sotto di tale soglia possono insorgere problemi ai reni, ai polmoni, aumentano i rischi di ictus e attacchi cardiaci, si altera il normale metabolismo con un conseguente aumento della sensazione di fame e quindi del peso corporeo. Aumentano anche le possibilità di ammalarsi di tumore. E’ noto, inoltre, che una cattiva qualità del sonno indebolisce le difese immunitarie, rendendo l’organismo più vulnerabile ai virus influenzali.
Altre conseguenze sono le difficoltà di concentrazione, di memoria e di attenzione.

Cambiare abitudini alimentari. Il ruolo della psicologia

In Italia il 33% della popolazione è sovrappeso (il 41% degli uomini e il 25% delle donne) e il 10% della popolazione è obesa. Il fenomeno è più diffuso al sud. In Campania la percentuale di persone sovrappeso ruota attorno al 40%.

L’eccesso di peso può comportare complicanze cardiovascolari o dell’apparato muscolo-scheletrico ed è frequentemente associato a diabete, malattie del fegato, cancro o ipertensione. Il controllo del peso corporeo è quindi una necessità prima di tutto nell’ottica della tutela della salute e non solo dal punto dal punto di vista estetico.

La dieta è spesso vista come il rimedio più immediato, ma quando sortisce effetti soddisfacenti pone il problema del mantenimento della forma fisica raggiunta. Questo perché essa agisce solo su un lato del problema, trascurando i meccanismi psicologici che lo sostengono e alimentano.Si può dire che sottoporsi ad una dieta senza occuparsi di comprendere e cambiare il proprio rapporto con il cibo si rivela facilmente un inutile dispendio di energie.

Come ricorda l’Associazione Italiana Obesità, infatti, la fame è regolata da meccanismi fisiologici ben precisi che ne bloccano lo stimolo una volta che l'organismo si è nutrito a sufficienza. Quindi se si continua ripetutamente a mangiare oltre il proprio fabbisogno vuoi dire che sono subentrati dei fattori di tipo psicologico che hanno poco a che fare col bisogno reale di nutrirsi. Ricordiamo che soltanto il 5% dei casi di obesità è causata da disfunzioni di tipo ormonale.


Spesso si trascura che il rapporto col cibo è legato a complessi fattori psicologici che hanno a che fare con la storia personale, le abitudini alimentari, gli stili di vita, la dipendenza affettiva. Basti pensare a tutte le volte che si reagisce mangiando quando ci si sente soli, quando si prova tristezza, rabbia, o si avvertono stimoli corporei che poco hanno a che fare con la vera e propria sensazione di fame. In molti casi mangiare costituisce un modo per soddisfare ogni frustrazione e ogni sensazione di malessere e rabbia.

E' possibile trattare l'obesità o il sovrappeso anche con la psicologia?


Sicuramente. Nei casi di sovrappeso e obesità l’attività di sostegno psicologico mira ad aiutare la persona a diventare esperta nel controllo del proprio peso e a modificare il proprio stile di vita in modo persistente, passando per un’attenta analisi del proprio rapporto con il cibo che assume il carattere di una vera dipendenza. In questi casi il sostegno psicologico, individuale o di gruppo, può essere affiancato alla dieta in modo da agire sia sul versante alimentare che su quello psicologico.

Il trattamento psicologico dei disturbi alimentari, secondo il nostro approccio, verte sui tre poli dell’essere:

# quello comportamentale: riguarda gli stili di vita e gli stili alimentari dell’individuo, i contesti e le situazioni che più spesso agiscono da stimolo ad alimentarsi;

# quello cognitivo: riguarda l’analisi dei pensieri e delle convinzioni disfunzionali su se stessi e sul rapporto con gli altri;

# quello emotivo: riguarda l’esplorazione delle emozioni e dei vuoti che si prova a colmare con il cibo.

Il significato dei sogni

Interpretare un sogno non è mai cosa semplice. Su quest'argomento sono state scritte centinaia e centinaia di pagine dalle menti più brillanti della storia e non sarà certo questo post a illuminare tutte le altre. Ma è un argomento talmente affascinante che non posso esimermi dallo scrivere. Non a caso Freud diceva che i sogni sono la via regia che conduce all’inconscio
Cominciamo col chiarire ogni sogno può essere visto come un messaggio scritto in un linguaggio antico e sconosciuto che, potenzialmente, può dire molto su se stessi... A condizione che si riesca a decifrarlo.
Alcuni sogni sono più semplici da comprendere e in qualche modo si riesce anche ad immaginare quale significato potrebbero avere. Altre volte facciamo sogni talmente bizzarri che li bolliamo come privi di senso. Questo accade perché siamo abituati a ragionare nei termini del pensiero comune e quando qualcosa devia dalla logica quotidiana, diciamo dal “pensiero del giorno”, la bolliamo come insignificante.
Cosa sarebbe meglio fare? Uscire dagli schemi del pensiero logico comune può aiutare. Pensiamo al sogno ponendoci come se fossimo in un dormiveglia in cui tutto è possibile. Nei sogni il suono di una sveglia può diventare quello di una campana, un autobus può rappresentare una donna incinta, il proprio corpo può diventare una casa, un ponte una fase di passaggio... Alcune cose possono significare l’esatto contrario di quello che sembrano. Per il “pensiero della notte” non c’è logica aristotelica che tenga.
Per capire il significato dei sogni può essere molto utile scriverli… Tutti! Basta avere la costanza di dormire con un quaderno e una penna accanto al letto e di appuntarli non appena ci si sveglia, prima che arrivi il pensiero del giorno a farceli dimenticare. Appuntate tutti i dettagli che riuscite a ricordare. Se volete fare un lavoro soddisfacente, consiglio di annotare tutti i sogni (anche quando se ne fanno due o tre nella stessa notte) fatti in un determinato arco di tempo, diciamo un paio di settimane o un mese, in modo da andare poi ad analizzare una serie di sogni. Questo perché un solo sogno può dare informazioni molto limitate, mentre una serie di sogni consente di scoprire molte più cose - non sono io a dirlo, ma un certo Jung… Uno dei più importanti analisti che il mondo abbia mai conosciuto. Trascorso il periodo di tempo deciso aprite il quaderno, stavolta non per scriverci ma per leggere i vostri sogni. Uno alla volta, dal primo all’ultimo, senza fretta ma senza interrompere la lettura.

Differenza tra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra

Che differenza c'è tra psicologo e psichiatra?

L’esigenza di fare dei chiarimenti sulla figura dello psicologo nasce perché sono in molti ad ignorare la differenza tra psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista e psichiatra. Proveremo a fare un po’ di luce su questo mistero, con qualche accenno sull’uso degli psicofarmaci.
                                                                                         
Come si diventa psicologi?

Per diventare psicologo è necessario intraprendere un percorso che termina con l’abilitazione all’esercizio della professione e la consecutiva iscrizione all’albo professionale degli psicologi. .
In primo luogo occorre conseguire una Laurea di Base in Psicologia (il corso di laurea dura 3 anni), e poi una Laurea Magistrale in Psicologia (il relativo corso di laurea dura 2 anni). Per un totale di 5 anni di studio (3+2).
Conseguita la Laurea Magistrale è obbligatorio effettuare un tirocinio post-laurea presso una struttura privata o pubblica, sotto la guida di uno psicologo esperto, per un anno.
Finito il tirocinio si può accedere alla fase successiva: l’esame di stato, che bisogna superare per richiedere l’iscrizione all’albo professionale, che è obbligatoria per legge e senza la quale non si può assolutamente esercitare la professione di psicologo.

Come si diventa psicoterapeuti?

Completati tutti i passaggi descritti qualche riga fa, per diventare psicoterapeuta bisogna iscriversi ad una scuola di specializzazione in psicoterapia, i cui corsi hanno durata di 4 o 5 anni, a seconda dei casi.
Ricapitolando 6 anni tra università, tirocinio e iscrizione all’albo, più 4 o 5 di specializzazione in psicoterapia… Per un totale di 10 o 11 anni di studio.
Oltre allo studio classico, ogni psicoterapeuta deve arrivare a conoscere bene anche se stesso e per questo è tenuto (ma soprattutto: non può farne a meno!) a intraprendere una propria psicoterapia personale.

Che differenza c’è tra psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista?

Abbiamo chiarito che la differenza tra psicologo e psicoterapeuta sta nell’iscrizione ad una scuola di specializzazione post-laurea.
Per quanto riguarda quella tra psicoterapeuta e psicoanalista, è una differenza che, più che altro, riguarda gli addetti ai lavori ed ha a che fare con il tipo di approccio teorico scelto dal professionista.
Basti capire che esistono diversi approcci alla psicoterapia: la psicoterapia sistemico-relazionale, la psicoanalisi, la psicoterapia cognitivo-comportamentale, la psicologia umanistico-esistenziale, eccetera. E chi ha studiato psicoanalisi viene comunemente chiamato psicoanalista, chi ha approfondito uno degli altri approcci, invece, viene comunemente chiamato psicoterapeuta.

Come si diventa psichiatra?

Non essendo uno psichiatra sarò meno specifico, ma sostanzialmente il percorso è il seguente.
Visto che la psichiatria è una branca della medicina (anche se su questo si potrebbero muovere tantissime obiezioni), per diventare psichiatri è necessario prima laurearsi in medicina e poi frequentare una scuola di specializzazione in psichiatria. Ecco perché gli psichiatri sono gli unici a poter prescrivere farmaci.
Ovviamente anche gli psichiatri devono iscriversi al relativo albo professionale, mentre non sono tenuti a svolgere una propria psicoterapia personale.

Lo psicologo può prescrivere psicofarmaci?

No! Lo psicologo, come lo psicoterapeuta, non può prescrivere psicofarmaci. Questi possono essere prescritti solo dallo psichiatra. E’ importante chiarire che gli psicofarmaci non sono e non saranno mai la soluzione a tutti i propri problemi. In numerosi casi, infatti, l’intervento di uno psicologo è preferibile all’uso degli psicofarmaci.

L'Ansia da Separazione nei bambini. Sintomi, cosa fare e quando contattare uno specialista

Cos'è l'ansia da separazione?

L’ansia da separazione è una condizione di malessere psicologico e fisico che il bambino prova quando si separa da una delle sue principali figure di accudimento, come la madre,  il padre o una persona che sente essere fondamentale per la sua sopravvivenza.
Il concetto di sopravvivenza è molto importante per aiutare noi adulti a comprendere lo stato d’animo del nostro bambino. Quando vive una separazione dalla madre (o da chi si prende cura di lui) il piccolo si sente solo, perso ed ha paura di non farcela.
La sua ansia può manifestarsi tanto nella mente, sotto forma di preoccupazione o paura, quanto nel corpo, con dolori allo stomaco, sensazione di soffocamento o mancanza di respiro. Non a caso le radici latine della parola “ansia” rinviano a termini come stringere, soffocare o affannare. Non sempre è opportuno, quindi, credere che il bambino stia fingendo di provare dolore al fine di evitare la situazione ansiogena.

L’ansia da separazione è normale?

Ogni essere umano sano prova ansia, perciò l’ansia da separazione non rientra necessariamente in un quadro psicopatologico.
L’ansia da separazione è molto frequente durante l’infanzia. Di solito si manifesta tra i 5 e i 10 anni e regredisce spontaneamente con la maturazione psicologica ed emotiva.
Per il bambino, ogni prova quotidiana è un ostacolo da superare e normalmente comporta una certa dose di ansia. Anche la separazione dal genitore mette alla prova l’autonomia del bambino, la sua capacità di riuscire ad essere, seppur per brevi momenti, da solo, senza quella che John Bowlby chiamava “Una base sicura”, ovvero una figura di accudimento che sia sempre disponibile alle esigenze del piccolo, senza però limitarne la spinta all’autonomia.
Gli esperimenti dell’equipe che faceva capo allo psicologo britannico hanno dimostrato che è del tutto normale che un bambino pianga e si mostri preoccupato quando si separa da un genitore. Anzi, gli studiosi sottolineano che l’ansia da separazione fa parte del normale sviluppo individuale e che viene superata con la maturazione e l’acquisizione di una maggiore sicurezza di sé.
Non c’è da preoccuparsi quando l’ansia rientra in certi limiti e non costituisce un ostacolo alle attività in cui il bambino è impegnato quotidianamente.

Quando si può parlare di patologia?

Si calcola che il Disturbo da Ansia da Separazione riguardi il 3-4% dei bambini in età prescolare.
Si può ipotizzare la presenza di un quadro clinico quando la paura della separazione diventa eccessiva e l’ansia finisce con il compromettere le normali attività quotidiane, incluse quelle che prima venivano svolte con piacere, come il vedere gli amici o il praticare sport.
Secondo l’attuale classificazione internazionale dei disturbi mentali, la diagnosi del Disturbo d’Ansia da Separazione (DAS) richiede la presenza, per almeno 4 settimane, di tre o più delle seguenti condizioni:
1. reazioni di stress eccessivo scatenate dalla separazione dalle principali figure di attaccamento o dall’immaginazione della stessa;
2. costante paura di perdere le figure di attaccamento o che accada loro qualcosa di terribile, come una grave malattia o la morte;
3. paura costante di eventi negativi che possano causare la separazione dalle principali figure di attaccamento;
4. rifiuto di andare a scuola o in altri luoghi per paura della separazione dalle figure di attaccamento;
5. eccessiva paura di restare da solo a casa;
6. eccessiva paura di andare a dormire in assenza di una figura di attaccamento;
7. incubi legati alla separazione;
8. lamentele di sintomi fisici (come mal di testa, mal di stomaco, dolori addominali, sonnolenza, diarrea, vomito o nausea) scatenate della separazione dalle figure di attaccamento o dalla semplice immaginazione della stessa;

Quali possono essere le cause più frequenti?

Premettendo che ogni persona è diversa da tutte le altre e che ogni situazione meriterebbe un approfondimento specifico, esistono degli eventi comuni nella vita di molti bambini che soffrono o hanno sofferto di ansia da separazione.
E’ molto frequente, ad esempio, che prima dell’insorgenza del disagio siano avvenuti cambiamenti importanti che hanno stravolto l’intera vita familiare. Non di rado il disagio insorge a seguito di un cambio di abitazione, a seguito di un passaggio da una scuola all’altra oppure dopo eventi traumatici di vario tipo.
Altre volte, la paura della separazione può essere scatenata da eventi legati al concetto di perdita, come la morte di un parente o di un animale domestico. In questi casi è come se il bambino capisse per la prima volta, forse precocemente, il significato dell’espressione “andare via per sempre”, e non vuole assolutamente che questo accada alla sua mamma o al suo papà.
Altre volte è proprio il comportamento delle figure di accudimento ad avere un’influenza negativa. E’ il caso dei comportamenti iperprotettivi dei genitori, dovuti all’eccessiva paura che accada qualcosa di brutto al proprio bambino. Se nell’immediato la costante presenza di una mamma chioccia può rassicurare il figlio, a lungo andare questa può limitare la spontanea spinta all’autonomia presente in ogni essere umano e rivelarsi una vera e propria fonte di  malessere per il bambino.
In ogni caso, è molto importante cercare di capire come il proprio figlio vive la separazione, quali sono le sue paure più frequenti e se nei mesi che hanno preceduto l’insorgenza dell’ansia si è verificato un evento che può aver inciso negativamente sulla vita del piccolo.

Cosa fare?

Come abbiamo accennato in precedenza, nella maggior parte dei casi l’ansia si risolve spontaneamente. Spesso è la crescita che da al bambino gli strumenti necessari a sopportare la separazione e a comprendere che i genitori vanno via ma poi ritornano. Con l’età, quindi, il bambino acquisisce sempre  maggior sicurezza.
Ma cosa fare nel frattempo? Nel caso in cui il disagio non sia di entità tale da convincere il genitore a rivolgersi ad uno specialista, può essere utile mettere in pratica alcuni semplici accorgimenti e ricordare che:
1 -  la stella polare di ogni comportamento dei genitori deve essere l’idea che la sicurezza e l’autonomia del bambino vanno sostenute e non compromesse. Alla luce di ciò, difficilmente  comportamenti che sminuiscono il piccolo e ne minano l’autostima potranno sortire effetti positivi;   
- è fondamentale mostrare comprensione ed empatia, incoraggiando il bambino ad affrontare a piccoli passi le prove che lo spaventano. Pretendere la risoluzione immediata del problema è un’attesa irrealistica del genitore, che può avere l’effetto stimolare un forte senso di inadeguatezza nel bambino;
3 - un genitore ansioso può trasmettere la propria ansia al figlio causando involontariamente un aumento del suo malessere.
4 - non trascurare il valore dell’ascolto. E’ importante passare del tempo con il proprio bambino, parlare con lui, chiedergli come si sente e che cosa prova;

Quali sono i possibili trattamenti terapeutici?

Quando le reazioni d’ansia alla separazione interferiscono con il normale svolgimento della vita del piccolo o, in alcuni casi, dell’intera vita familiare, può essere utile rivolgersi ad uno psicologo. Questi effettuerà una valutazione clinica della situazione e predisporrà un piano di intervento adeguato ad essa.